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Intervista Roger Balboni

Estratto dell'intervista realizzata nel luglio 2009 da Roger Balboni, Président du Centre d'Art Passages, Troyes - Francia

 

  

 

Roger Balboni - Nell'elaborazione continua dell'opera d'arte, tra le influenze storiche e contemporanee, le tendenze estetiche e i progressi tecnologici, quali sono i suoi riferimenti? 

  

Antonella Bussanich - Come tutti gli artisti il mio vissuto è fatto di incontri, di scoperte, di rivelazioni. Per quanto riguarda le influenze storiche, essendo originaria di Firenze, senza dubbio il Rinascimento italiano. L'aspetto che più mi interessa è la transdisciplinarietà e la trasversalità dello "spirito rinascimentale" che ha permesso lo sviluppo di una visione globale del mondo e dell'essere umano. 

  

Per quanto riguarda le influenze artistiche è difficile scegliere; ci sono molti uomini, luoghi, opere ed esperienze che mi vengono in mente. Per restare nell'ambito dell'arte, il Caravaggio: ho avuto la fortuna di vedere una mostra, molti anni fa, che riuniva quasi tutti i suoi quadri. Sono sensibile al suo interesse per l'uomo nella sua vita ordinaria e nella sua umanità. Frida Khalo: quando ho scoperto i suoi quadri in Messico non conoscevo ancora il suo lavoro. Sono rimasta impressionata dalle sue scelte, pur rimanendo fedele alle modallità d'espressione popolare, Frida ha saputo trasmettere con una forza incredibile un linguaggio intimo, passionale e universale. Altri artisti mi hanno lasciato questa stessa sensazione d'esplorazione delle profondità dell'umano, del corpo come dell'intelletto: Françis Bacon che vede e ci fa vedere attraverso e al di là dell'essere. Duchamp perché è arrivato all'essenziale, all'origine dell'atto artistico; gli riconosco il grande merito di avere liberato l'opera dall'imperativo estetico e da quello dell'artigianato grazie a tutta la sua ricerca e in particolare ai ready-made. Poi, evidentemente, tanti artisti contemporanei quali Marina Abramovic, Bill Viola, Bruce Nauman... ma anche scrittori come Bruce Chatwin, Henry-David Thoreau, Kenneth White... e luoghi come l'isola di Gravinis, capolavoro dell'arte megalitica in Bretagna; l'isola di Goré, luogo di sosta delle navi che trasportavano gli schiavi, davanti a Dakar; l'isola di Lussino (Losinj), nell'attuale Croazia, da dove mio padre e la sua famiglia sono stati cacciati alla fine della seconda guerra mondiale. 

  

Certe volte penso che non sarei artista se la fotografia e il video non esistessero! Non sono particolarmente attratta dalla materia né dalla creazione della forma, dell'oggetto, piuttosto mi interessa la visione, la percezione di ciò che é. La fotografia e il video sono ovviamente i mezzi perfetti per catturare qualcosa che c'è già. Capto dei momenti, delle azioni, dei gesti tentando di dar valore alla loro intensità, unicità ed al loro carattere metaforico. 

  

R.B. -  Nei soggetti che tratta e nei titoli che accompagnano le opere, c'è l'intenzione iniziale ma anche le forme che emergono da una esplorazione che si manifesta con la ricerca introspettiva e l'appropriazione dell'Altro e del suo fluire. Lei privilegia ritratti, paesaggi e, potremmo dire, "nature morte"; in questo confronto, a cosa tendono questi "viaggi iniziatici" ? 

  

A.B. - Gli occhi, lo sguardo mi interessano molto. Gli occhi sono il nostro emettitore più potente, sono situati tra il cervello e il cuore. Lo sguardo è il legame con gli altri. Guardarsi negli occhi è un atto importante. Un neonato ci guarda fissamente perché è
    completamente aperto all'altro. Due amanti si guardano negli occhi perché contano su una fiducia reciproca. Offrire il proprio sguardo vuol dire, in qualche modo, mettersi a nudo. L'autoritratto classico si fa davanti ad uno specchio: guardandosi nel riflesso il pittore realizza un atto importante di introspezione.
    I miei paesaggi, sono dei paesaggi elementari, minimalisti, al limite dell'astrazione, qualche volta incongrui. Si vede il cielo, l'acqua, la terra, un paesaggio urbano. Mi interesso alla vita intesa come un flusso continuo in eterna trasformazione. 

  

In linea generale si tratta del legame, il legame che l'uomo stabilisce con se stesso, con i suoi simili e con tutto ciò che lo circonda. La capacità dell'uomo di esplorare se stesso e oltre le apparenze. Introspezione, proiezione. Sono questi due temi di riflessione che guidano il mio lavoro da sempre. Si toccano e si alimentano reciprocamente. 

  

R.B. - Che significa per lei essere artista oggi per quanto riguarda il riconoscimento o l'accettazione, davanti al pubblico, alle istituzioni e al mercato? 

  

A.B. - Essere riconosciuta e accettata come artista, certo che ne ho bisogno, ma non è una questione di numeri o di notorietà. In fondo penso che l'arte resterà sempre un dono, un messaggio o un segreto che viene trasmesso da persona a persona. Quando presento i miei lavori, la più grande soddisfazione è quella di sapere che c'è, tra il pubblico specializzato e non, qualcuno che capta il mio segnale e se ne appropria. Nei confronti delle istituzioni o del mercato dell'arte non ho un comportamento specifico;
    durante il mio percorso ho lavorato in luoghi istituzionali, incontrato dei collezionisti, partecipato a delle creazioni di musica o di danza contemporanea, in ogni caso quello che conta è la qualità dell'incontro, della relazione interpersonale.
    Su questa questione, avrei un appunto da fare, senza dubbio condiviso da altri, cioè quello di osservare spesso una connivenza troppo stretta tra mondo dell'arte e mondo del commercio che rischia di nuocere al lavoro dell'artista o, cosa ancora più grave, di
    ridurlo a un creatore di prodotti di lusso. Invece avrei un auspicio da fare, sulla posizione dell'artista nella società: che gli artisti siano chiamati a partecipare e a contribuire di più alla vita sociale e politica. In questo periodo estremamente delicato, ma anche entusiasmante in cui la nostra società si deve reinventare, mi sembrerebbe intelligente e necessario invitare gli artisti a questa riflessione. 

Intervista VĂ©ronique Sapin

Crocevia: Antonella Bussanich

Véronique Sapin. L'artista è la figura per eccellenza dell'apertura verso l'estero.

Antonella Bussanich. Esattamente, ogni rivoluzione nell'arte è avvenuta perché eravamo interessati ad altre culture, ad altri orizzonti. Prima di diventare artista a tempo pieno mi sono offerta grandi viaggi in Asia e Africa che, con quello del Messico, hanno allargato le mie prospettive. Mi sento come se avessi guadagnato del tempo nel mio percorso artistico.

VS. Risparmiare tempo in questioni artistiche è anche quello di essere in grado di prendersi il tempo di fare le cose.

AB. Esattamente. Ad esempio, mi piace il treno e non l'aereo, mi piace camminare. Preferisco muovermi a un ritmo che mi permetta di catturare la vita intorno a me. Vivo in campagna e se posso non prendo l'autostrada per andare in giro. Rifiuto la mania per la velocità. Nel mio lavoro ciò che mi interessa è il continuum del gesto. Quello che mi piace del video è la possibilità di memorizzare questo continuum. La video camera è una lente d'ingrandimento che mostra meglio ciò che si era già percepito. L'innovazione, l'evoluzione delle tecnologie dovrebbe essere uno dei mezzi per ampliare la nostra prospettiva. Ma il problema è il tempo meccanico che di fatto porta a un restringimento delle nostre prospettive. Tutto va così veloce che non si possono giustapporre altri tipi di percezioni. Abbiamo a nostra disposizione una fantastica gamma di percezioni come la meditazione per andare all'estremo, e stiamo scegliendo solo quelle che privilegiano la velocità  tagliando  fuori tutto il resto.  È un strada senza uscita. Sacrifichiamo la nostra libertà. Non appena abbiamo un minuto, cerchiamo di occuparlo. Mi piace citare Mircea Eliade che dice che tutto ciò che è mistico nell'uomo oramai prende solo la forma di intrattenimento e distrazione. Questo aspetto dell'uomo è stato incanalato solo in cose determinate dal ritmo imposto da una società meccanizzata. Io uso la tecnologia perché non vedo conflitti: a volte è un'ortesi e una protesi, ma se la scegliamo possiamo tenerla sotto controllo.

Intervista Laetitia Sellam

Laetitia Sellam - Lente d'ingrandimento o radar che si avvicinano al segreto di una persona o di un paesaggio, il tuo rapporto con il video ci fa pensare a quello che potremmo dire della fotografia ai suoi albori, che ha catturato le anime ed è stata capace di far emergere i fantasmi... Quale percorso ti ha guidato verso questo medium?

Antonella Bussanich - Credo che gran parte degli uomini viva esclusivamente all'interno del sottile strato che rappresenta lo "spettacolo" della vita senza preoccuparsi di ciò che può essere al di sotto e al di sopra. Rimangono comodamente in un presente rassicurante che Henry David Thoreau ha riassunto magistralmente nel suo Diario: "Chiedono solo  notizie, la schiuma e lo scarto della vita eterna, e lo chiederanno sempre".

Avventurarsi al di sotto ci incoraggia ad avventurarsi nei meandri del nostr essere, a liberarsi dal "io" per aprirsi agli altri. Ciò che motiva questa esplorazione è la necessità di una ricerca introspettiva.

Andare al di sopra significa andare alla ricerca di una relazione con ciò che "è", con l'assoluto, l'infinito, l'inspiegabile.... Ciò che motiva questa esplorazione è il desiderio di una ricerca metafisica o spirituale.

Sono questi due temi di riflessione che hanno guidato il mio lavoro fin dall'inizio. Due argomenti che, a mio parere, si toccano e si alimentano a vicenda.

Con la mia videocamera catturio momenti, azioni, gesti e poi cerco di evidenziarne l'intensità, l'unicità e il carattere metaforico.

In effetti ho iniziato con l'immagine fotografica. La foto ha avuto e ha ancora molto spazio nel mio lavoro di ricerca. Paradossalmente, ho creato solo alcune opere puramente fotografiche perché, in fondo, non sentivo il desiderio di produrre "oggetti" d'arte nel senso generico del termine. Così mi sono naturalmente rivolta alle installazioni "in situ" e alla performance per creare l'opera effimera, quella che vive in uno spazio e in un tempo limitati. Poi sono andata verso il video e più precisamente l'installazione video. Questo mezzo mi offre la possibilità di "memorizzare il flusso del tempo presente" e di isolarlo dal suo immediato contenuto spazio-temporale. Il video rende possibile la realizzazione di un'opera in evoluzione, fugace, immateriale ma visibile. Infine, l'installazione video mi permette di appropriarmi dello spazio espositivo che diventa un elemento essenziale della sua forma.

L.S. Inoltre, il modo in cui realizzi le riprese è molto fisico, perché si basano sulla potenza di un gesto, la cattura di un istante

A.B. Sono figlia dell'arte concettuale ma l'opera d'arte che è solo concetto non mi soddisfa. Sono d'accordo con Gilles Delauze quando dice che il compito del filosofo è quello di fare dei concetti, il compito dell'artista è quello di fare delle percetti. Dove per percetto si intende un insieme di percezioni o sensazioni che sopravvivono a colui che le sperimenta.

L'interiorità e l'unicità del gesto o del momento rimangono per me fondamentali.  Attribuisco molta più importanza al momento della cattura con la fotocamera che al lavoro di manipolazione con il computer. Conservo le sequenze nella loro interezza. Mi preparo, mi aspetto molto, ma filmo poco: non mi piace ripetere i gesti perché nella ripetizione perdono la loro autenticità, la loro "intenzione"; se filmo un uomo, una donna o un gruppo mi impongo una sola sessione di ripresa.

L.S. I titoli dei tuoi pezzi funzionano come parole chiave per lo spettatore ma abbiamo la sensazione che siano le stesse per te durante l'elaborazione di ogni opera.

A.B. Quello che mi ha sempre affascinato con le parole è il loro potere di ri-creazione: quando si nomina qualcosa per la prima volta (che sia un oggetto, un sentimento, un atteggiamento...) gli si dà vita perché lo si fa esistere nella magia della sua individualità.

Allo stesso modo, nell'elaborazione dell'opera, non appena mi appare nella mente la parola del titolo, ho la certezza di arrivare fino alla fine del suo formarsi: e questo, grazie alla forza originaria della parola che la designa.

Per quanto riguarda il mio lavoro, il titolo è solo un punto di partenza, in un certo senso annuncia semplicemente il contenuto delle immagini. Apre la prima porta e lascia poi le immagini  modificare, ingrandire, contraddire e andare oltre la sua denominazione generica.

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